
Decise di sbarcare e principiò a vestirsi in borghese.
Si era appena infilato i pantaloni che il campanello della porta sonò.
Raprì.
Sulla soglia c’erano un marinaio e una signora anziana che tremava tutta e non arrinisciva a parlare.
«Che succede?»
«Mah, non so, commissario, ho incontrato la signora che correva per i corridoi, non è riuscita a dirmi niente, allora ho pensato bene di accompagnarla qui. Sono stato fortunato di trovarla ancora a bordo.»
“Tu sei stato fortunato e io invece no” – pensò Cecè che oramai all’idea della visita alla città ci si era affezionato.
«Potevi accompagnarla in ufficio.»
«L’ho fatto, commissario, ma non c’era nessuno.»
“Quando i gatti non ci sono, i topi ballano” – pensò ancora Cecè, rassegnandosi all’evidenza: addio sbarco, addio mercatini.
«Si accomodi, signora.»
A chi parlava, al muro? L’anziana fimmina si era paralizzata, gli occhi sbarracati, il respiro ansante, una mano artigliata allo stipite, l’altra che stropicciava convulsamente la gonna. Era chiaramente sotto choc.
«Aiutami a farla entrare, poi corri a chiamare qualcuno, un medico, un infermiere.»
Il marinaio faticò a staccare le dita della fimmina dallo stipite una ad una e, dato che non arrinisciva a cataminarsi, la sollevarono di peso e la portarono dintra. Dovettero forzarla per metterla assittata sulla poltrona. Il marinaio niscì di corsa dalla cabina e Cecè rimase solo con la donna, rigida e muta che pareva una pala di ficodindia.
