
«E come fa a sapere che è stata accoltellata a cuore?» – spiò Cecè ardentemente sperando che quella fosse completamente fora di testa. Perché se in caso contrario diceva la verità, la crociera si sarebbe dovuta fermare. Un disastro.
Spiò ancora: «E dove l’avrebbe vista questa donna assassinata?».
«Non avrei, l’ho vista. E basta. Ieri sera ho detto ai miei commensali che io oggi non sarei scesa a terra. È il mio giorno di meditazione. Però stamattina, svegliandomi, avevo un gran mal di testa. Ho cercato di raccogliermi, ma non ce l’ho fatta. Allora ho deciso di fare quattro passi sul ponte. Passando davanti alla cabina 31 ho notato la porta spalancata. Si vedeva il letto e, sopra, una giovane donna nuda. Sono entrata, ho visto il sangue, il coltello piantato sul cuore. Non ho capito più niente, sono corsa via gridando.»
Il commissario non la lasciò terminare, era già fora correndo.
Passò davanti alla cabina della signora Firmiani, la 27, che faceva angolo, svoltò, si fermò davanti alla 31 la cui porta era chiusa. Come mai? La signora aveva detto d’averla vista aperta.
Aveva ancora in tasca il passepartout, riaprì e restò ammammaloccuto. La cabina era perfettamente in ordine, del cadavere di una fimmina nuda accoltellata manco l’ummira. Taliò, per scrupolo nel bagno. Nenti. Che forse la signora si era, terrorizzata e sconvolta, sbagliata di nummaro? Raprì, pigliato da una prescia crescente, le porte della 29 edella 33. L’ordine regnava a Varsavia. Tornò nella 31. Sonò il campanello per chiamare la cammarera addetta, la quale s’appresentò, elegantemente vestita, dopo un quarto d’ora di sempre più furibonde sonatine di Cecè Collura. Aveva un’ariata leggermente seccata.
«Stavo per scendere a terra, signore.»
«Non sono un signore, sono il commissario di bordo.»
L’atteggiamento della cammarera cangiò di colpo.
