
«Possiamo andare.»
Andare dove? Collura preferì non spiare. Rientrarono, Cecè appresso alla fimmina percorse mezzo corridoio 1a, dove si aprivano le cabine più lussuose. Davanti alla 18 la signora si fermò, cavò chiave dalla borsetta, raprì:
«Venga, commissario.»
«Ma forse il signor McGivern starà dormendo…»
«Entri, per favore.»
Ubbidì. Dintra non c’era nessuno, i due letti erano intatti. La signora raprì la porta del bagno: vacante. E qui, nella sua cabina, la fimmina si abbandonò finalmente a un pianto sconsolato, cadendo assittata sul letto. Collura, imbarazzatissimo, le si fece allato e, come da copione, principiò a darle colpettini leggeri sulla spalla.
«Coraggio, coraggio» – murmuriò.
«Fa così da tre sere» – disse la signora asciucandosi le lacrime.
«Lo sa verso che ora torna?»
«Certo che lo so. Fingo di dormire ma, mi capisca, non riesco a chiudere occhio. Mi giro e mi rigiro nel letto, affondo la testa nel cuscino per non far sentire ai vicini che piango, ieri notte mi sono scolata quattro bottigliette di whisky che ho trovate nel frigobar… cinque.»
«Una bottiglietta in più o in meno non fa differenza» – fece comprensivo il commissario.
«No, non ha capito. Torna verso le cinque del mattino.»
Se la tirava lunga la nottata, il texano, doveva averci la resistenza. Ma che voleva in sostanza Agata Masseroni in McGivern da lui? Non ebbe necessità di spiarglielo.
«Vorrei che lei facesse qualcosa.»
«A disposizione, signora, per quanto non credo che la cosa rientri nei miei…»
«Glielo sto chiedendo come amico.»
«D’accordo, sì, ma non vedo cosa possa fare.»
«Scopra chi è la donna, al resto penserò io. Me lo promette?»
