
E gli pigliò le mani. Cecè si liberò, sentendo che principiava a sudare, stava cominciando a sentirsi assufficare.
«Una domanda sola, signora: le assenze di suo marito si verificano solo la notte?»
«Sempre di notte. Di giorno non si allontana da me. E c’è una cosa strana, commissario. Il suo atteggiamento con me è quello di sempre, tenero, premuroso… innamorato.»
Un’altra vampata di foco all’ultima parola, pudicamente detta.
«Cercherò di fare del mio meglio, signora. Buonanotte.»
Niscì quasi di corsa dalla cabina, se ne andò a passiare sul ponte per ragionare meglio sulla facenna. A conoscere il nome dell’amante di mister McGivern ci sarebbe voluto picca e nenti, certamente si trattava di una che viaggiava da sola o in compagnia di un’amica che macari si allontanava dalla cabina quando il mascolo arrivava. Oppure non si allontanava e il texano si spogliava e si corcava in mezzo, va a sapere con questi omini alla John Wayne. Ad ogni modo, bastava fare una ricerca al computer e avrebbe avuto le risposte giuste. Però questa soluzione non gli piaceva, il nome dell’amante l’avrebbe potuto scoprire con una ricerca all’antica. Una volta scopertolo però, non l’avrebbe mai fatto conoscere alla signora Agata, capace che quella affrontava la rivale e succedeva un quarantotto. L’indomani a sira, all’ora della cena, Cecè Collura s’appresentò al tavolo ma non s’assittò: si scusò con gli ospiti di non poter mangiare con loro come di solito, ma aveva – disse – un problema d’amministrazione da risolvere urgentemente. Invece si sistemò nel retroufficio del commissariato e si sbafò la cena fredda che aveva ordinato. Poi, alle nove precise, munito di un passepartout, raprì la porta di uno sgabuzzino di servizio nel corridoio 1a, allocato proprio davanti alla cabina dei McGivern e si mise ad aspittare con santa pacienza. Sentì il mister texano arrivare, trasire, chiudere. Dopo manco dieci minuti lo sentì nesciri, chiudere, incamminarsi al piccolo trotto.
