Lo seguì nel corridoio. Il mister svoltò l’angolo e si fermò davanti alla cabina 6, non usò il campanello, tuppiò leggermente con le nocche, tre colpetti brevi, pausa, altri tre colpetti, pausa, tre colpetti ancora. La porta si raprì, il mister trasì, la porta si richiuse. Un segnale convenuto, preciso. Vuoi vidiri che la signora Agata aveva ragione? Gli venne fatto di provocare uno sconquasso facendosi raprire la porta con lostesso sistema usato da McGivern, ma poi ci ripensò e tornò in ufficio.

Chiamò sparte il suo vice Premuda.

«Vuole controllare chi occupa la cabina 6 del corridoio la?»

«L’avvocato Cicerchia» – rispose l’altro senza la minima esitazione.

Cecè Collura lo taliò imparpagliato. Perché il vice, senza bisogno di consultare il computer, aveva la risposta pronta?

Premuda prevenne la domanda e si spiegò, sgombrando dalla testa di Cecè il pinsero che gli era venuto, e cioè che mister McGivern fosse di gusti sessuali tanticchia complicati.

«Ha già fatto una crociera con me. Lo conosco bene. Nella sua cabina organizza pokerini riservati a miliardari. Viaggia con una valigia piena di carte da gioco nuove, che fa accuratamente confrollare agli sventurati che seggono al suo tavolo. Perché immancabilmente li pela. Sarà anche un avvocato, ma secondo me è principalmente un baro abilissimo.»

Collura ne fu contento per la signora Agata.

Però, subito appresso, pigliò in lui sopravvento lo sbirro.

«Mi pare che il gioco d’azzardo sia proibito.»

«Lo è, commissario. Ma noi cosa possiamo farci? Non possiamo irrompere nella cabina, questo è certo. D’altra parte nemmeno l’altra volta ci fu, che so, una denunzia, una protesta contro Cicerchia. Abbiamo le mani legate.»

Alla fine della cena della sera dopo, quando McGivern si susì e scomparse, Collura comunicò alla signora Agata la novità.

La signora, di colpo, partì con una risata fragorosa, era tornata al suo umore normale.



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