
«Ma sa, forse alla fine di questa crociera suo marito sarà stato alleggerito e parecchio.»
«Non m’importa, basta che non abbia un’amante. Miliardi non gliene mancano, possiede persino la banca dove li deposita.»
Mentalmente, Cece s’inchinò a quella logica fimminina. Ma la facenna del baro che agiva indisturbato non se l’agliuttì. Doveva inventarsi qualche cosa. Si fece dare da Premuda tutti i particolari possibili.
«A quanto io ne so, commissario, Cicerchia porta con sé anche le fiches che convertono alla fine. Non credo ci sia un tetto ai rilanci. Nelle prime tre sere, Cicerchia vince e perde, perde in modo sensibile, poi, dalla quarta sera in poi, comincia a vincere.
«Non solo si rifà, ma spenna di brutto gli altri. Corre su di lui una leggenda, non va al bagno durante le partite, è capace di star seduto al tavolo una giornata intera.»
«Chiamano qualche volta il cameriere per farsi portare da bere, che so, un panino…»
«Mai. Cicerchia ogni mattina si fa abbondantemente riempire il frigobar.»
Cicerchia si era blindato bene. Cecè ci perse qualche ora di sonno, poi, nella matinata, si fece persuaso che aveva messo male il problema. Non si trattava di scoprire come faceva quello a barare, ma di metterlo in condizioni di non trovare più compagni di gioco. Calcolò che almeno da una sera Cicerchia aveva cominciato a vincere. E pensò a una cosa semplicissima. In matinata andò in infermeria, si fece dare un certo medicinale, lo consegnò al cammarere che serviva al tavolo di Cicerchia, gli diede precise istruzioni. Aveva principiato a fare macari lui un gioco d’azzardo, peggio di quelli che faceva il sedicente avvocato.
Non andò quella sera a corcarsi, in attesa degli eventi. Premuda, ignaro del trainello che il suo capo aveva preparato per Cicerchia, volle tenergli compagnia. Verso le due di notte uno steward arrivò di corsa, riferì che una violenta lite era scoppiata nella cabina 6 del corridoio 1a.
