«Vada a vedere che succede» – disse pigramente Collura.

Ma lo sapeva già. Premuda, di ritorno dopo un’ora, gli contò la scena che il commissario si era immaginata. «Cicerchia è passato alla terza fase e ha cominciato a vincere di brutto. Però, contrariamente alle altre sere, ogni mezz’ora interrompeva per andare in bagno. La cosa ha insospettito gli altri. Si sono domandati perché l’avvocato, proprio quando vinceva, andava in bagno. Che faceva? Cambiava le carte? Hanno preteso di perquisire il locale, Cicerchia si è opposto, sono corse male parole, è scoppiata la rissa. Ho dovuto accompagnare Cicerchia in infermeria, ma ormai s’è sparsa la voce che è un baro. E ora mi dica, commissario, e stato lei a organizzare tutto?»

«Sì» – ammise Cecè Collura – «con l’aiuto del dottore che m’ha dato un potente diuretico.»

Un baro vero fatto scoprire con un falso indizio. La crociera, vera o virtuale, continuava.

I gioielli in fondo al mare

Il comandante della nave era un gran pignolo, e questo era bene, lo giustificava Cecè Collura considerato che aveva la responsabilità di quasi duemila persone. Ma certe volte – sempre secondo Cecè – esagerava. Una volta che al ristorante notò un cammarere coi guanti non perfettamente bianchi, lo chiamò sparte e gli fece un liscebusso tale che a momenti quello cadeva in terra svenuto. Un giorno convocò a rapporto tutti gli ufficiali e annunziò loro che il giorno appresso si sarebbe fatta un’esercitazione di abbandono nave: tutto l’equipaggio e il personale di bordo dovevano cooperare affinché l’esercitazione si svolgesse senza incidenti e riuscisse alla perfezione. «E che incidenti Possono capitare» – si spiò Collura – «se i passeggeri sanno che si tratta di una cosa fatta per finta?»

Toccava a lui avvertire i crocieristi, ma abilmente si scansò e incarricò della facenna il suo vice Premuda. Naturalmente, una certa quantità di crocieristi s’appresentò all’ufficio commissariato per esporre dubbi e problemi:



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