«Dobbiamo procedere di corsa o a passo normale?»

«Possiamo portare con noi valigie?»

«Scusino, ma che bisogno c’è di questa esercitazione se il mare è una tavola?»

«Siamo sicuri che si tratta di un’esercitazione finta nel senso che c’è un pericolo vero e non ce lo volete dire?»

Quando la camurria finì, Cecè aveva i capelli ritti per il nirbuso. L’indomani matino alle undici, la sirena sonò il previsto signale. I passeggeri si comportarono esattamente come una scolaresca elementare alla fine della lezione: sciamarono fino ai punti di raccolta scherzando, ridendo, ammuttandosi. Al comandante quell’atteggiamento non piacque per niente. E riconvocò gli ufficiali.

«Ritengo non valida l’esercitazione. È stata presa alla leggera dai crocieristi. E, quel ch’è peggio, questo clima euforico da gita campestre ha contagiato anche voi. Dal ponte, ho visto qualcuno di lorsignori che rideva. Proveremo di nuovo. Lei, commissario, avverta i passeggeri che la prossima esercitazione avrà luogo senza preavviso. Potro ordinarla anche di notte.»

Cecè Collura s’infuscò, il comandante evidentemente era sotto a una botta di pignolaggine. Come potevano gli ufficiali imporre serietà ai crocieristi che sapevano di non correre nessun pericolo? E poi, cosa più inquietante, il signor comandante non la conosceva la storiella di Pierino che gridava «al lupo, al lupo» per sgherzo e poi, quando il lupo arrivò veramente, nessuno ci credette? Cecè non si riteneva superstizioso, ma, per il sì o per il no, se un gatto nivuro gli attraversava la strada, pigliava un altro percorso. Stavolta i passeggeri che s’appresentarono all’ufficio commissariato furono di più della prima volta.

«Io dormo nuda. Dovrò vestirmi o arrivare al punto di riunione così come mi trovo?»



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