Qualche ora appresso, mentre nella sua cabina stava per pigliare sonno, gli tornò a mente il cantante. Se lo rappresentò: doveva essere un sissantino che si teneva bene, non alto, distinto, gli occhi di un azzurro intensissimo, folti capelli rossicci striati di bianco, baffetti sottili. Alt. Baffetti. Che faceva Joe Bolton coi suoi baffetti? Fattasi la domanda, Cecè si diede la risposta: «Che vuoi che facesse? Tra una canzone e l’altra se li accarezzava, come tutti». Eh, no – fece l’altro Cecè che dialogava con lui –. Non li accarezzava, li premeva sul labbro superiore. «E questo che viene a dire?» – si spiò Cecè –. «Lui se li accarezzava accussì.» Stammi a sentire, Cecè – gli rispose l’altro Cecè –, se il gesto fossestato normale, non ti avrebbe colpito. Sii coraggioso e affronta la verità: quell’uomo aveva baffi finti e incollati male. E la vuoi sapere tutta, Cecè? Il tuo occhio di sbirro non ha fallato: portava una parrucca e aveva lenti a contatto. Basta picca a trasformare una faccia. Molte altre furono le domande che Cecè quella notte si fece, ma una più di tutte insistente: perché uno che vuole camuffarsi i baffi non se li fa crescere invece di mettersene un paio finti? La risposta non poteva essere che questa: Joe Bolton non aveva avuto il tempo per farseli crescere oppure perché non avrebbe potuto, prima dell’imbarco, farsi vedere così trasformato. La matina appresso, appena trasì nel suo ufficio, spiò al triestino:

«Joe Bolton è un nome d’arte, vero? Come si chiama in realtà?»

Gli parse, ma certamente si sbagliava, che il suo vice avesse fatto un gesto di sorpresa. Il triestino azionò il computer, attrezzo col quale Cecè aveva scarsa confidenza. Apparse la foto del cantante, identica a Joe Bolton in carne e ossa. La differenza era che si chiamava Paolo Brambilla, era nato a Milano nel 1939 e di mestiere faceva il cantante. Seguiva l’indirizzo. Cecè notò che non era segnato il numero della cabina.



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