
«Dove dorme?»
«Mah, mi pare in una cabina a quattro, con gli altri cantanti.»
С’era qualcosa che non quatrava. E non quatrava soprattutto l’atteggiamento del suo vice, tra l’evasivo e l’imbarazzato. Decise di non parlare col triestino dei suoi dubbi. La sera, dopo la cena, fu lui stesso a proporre alla signora Agata di tornare a sentire il cantante. S’ingollò il repertorio di Bolton fino alla mezzanotte passata, quando la signora Masseroni in McGivern già da tempo aveva raggiunto il petrolifero letto coniugale. Seguì discretamente Joe Bolton al bar, dove il cantante si scolò due whisky propiziatori al sonno, lo seguì ancora mentre quello imboccava il corridoio delle cabine extralusso. Lo vide aprire la porta con la chiave, entrare, richiudere. Rimase ammammaloccuto.
Possibile che Bolton avesse tanto denaro da potersi concedere una cabina di quel tipo? No, с’era un’altra spiegazione: certamente lì ci stava una qualche ricca signora alla quale il cantante concedeva i suoi favori. L’indomani, a primo mattino, trasì nel suo ufficio, il vice non era ancora arrivato, e spiò all’addetto di guardia:
«Chi occupa la cabina numero 10?»
L’addetto consultò il computer.
«Nessuno. Risulta vuota.»
Eh, no. Non gliela stavano contando giusta. E ora veniva fora che Joe Bolton poteva contare su coperture e complicità. In quel momento trasì in ufficio il triestino.
«Le devo parlare. Da solo» – fece brusco Cecè.
Andarono nel retroufficio.
«Ora lei mi dice tutto su Joe Bolton. E cerchi di non pigliarmi in giro, l’ha già fatto abbastanza.»
Il vice diventò rosso.
