«Ha trovato la piccola?» – spiò Premuda trasendo di corsa, un sorriso felice sulla faccia.

«Sì, è qui dentro» – fece Collura indicando il registratore.

«Dio mio! Perché?» – spiò il vice sbiancando.

«Mi chiami il marito, a Genova, subito.»

Appena seppe che sua moglie si trovava sulla nave, il signor Spoto scoppiò a piangere. Erano giorni che la cercava dovunque, era sparita da casa approfittando della sua assenza e di una momentanea distrazione dell’infermiera che l’assisteva. Laura aveva perso la bambina cinque anni avanti, a tre mesi. Ne aveva avuto un tracollo e da allora non si era più ripresa. Cliniche, cure, tutto inutile.

Si era fissata che la bambina non era morta, era lui, il marito, a sottrargliela e per questo ogni tanto scappava da casa stringendo al petto una bambola.

«La venga a prendere al prossimo scalo» – disse il commissario. E poi, rivolto a Premuda che aveva sentito tutto e appariva disfatto:

«Coraggio, torniamo in cabina.»

Dopo un’ora di ricerche, trovarono la bambola in un’intercapedine darrè il lavabo. Con delicatezza, come se fosse stata una picciliddra vera, Cecè Collura la depose sul letto tra i due cuscini.

«E ora che facciamo?» – spiò il vice.

«Io vado a trovare la signora Spoto. Lei aspetti qui una mezz’oretta, poi metta in moto il registratore e sparisca. Prima del pianto della bambina ci sono almeno venti minuti di silenzio.

«Basteranno. La signora sarà pazza, ma in certe cose ragiona perfettamente. Quando usciva dalla cabina, metteva in moto il registratore che a un certo momento faceva sentire il pianto. La cameriera allora correva sul ponte a chiamare la signora. E tutto pareva vero.»



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