La signora Spoto si era appena svegliata, quando vide il commissario lo taliò ansiosa. Cecè fece una faccia trionfante. «Ho una bellissima notizia, signora! Abbiamo ritrovato la sua bambina!»

La signora Spoto saltò dal lettino, gli occhi sparluccicanti di gioia, si mise le scarpe, il commissario le offrì il braccio. Appena imboccarono il corridoio dove c’era la cabina 38, il pianto della bambina si udì benissimo.

«Irene!» – gridò la signora e si mise a correre verso la sua illusione.

Cecè non ebbe la forza di spiarsi se quella crociera era vera o virtuale.

La scomparsa della vedova inconsolabile

A pensarci bene, chi sono i crocieristi? Sono gli abitanti di un piccolo paese provvisorio e in movimento. Passati sì e no tre giorni di navigazione, tutti conoscono vita, morte e miracoli di tutti, vizi privati e pubbliche virtù. E comincia quel cucirsi i panni addosso che, dalle parti di Cecè Collura, è chiamato “sparlatina”. Il napoletano amico di Premuda era poi uno specialista nella finissima arte dell’affibbiare nomignoli: il commendator Gaudenzio Pirolli, calvo, grassissimo, gambette invisibili, divenne subito “rolling stone”; la noiosissima signora Tarantino, che quando t’attaccava discorso non la finiva più, la “mosca cavallina”. E via di questo passo. La signora Gemma Ardigò venne invece soprannominata la “vedova inconsolabile”. Va detto subito che il marito della vedova, Mario Vittorio Ardigò, luminare della chirurgia cardiovascolare, era vivo e, relativamente al fatto di essere sittantino, macari vegeto. Allora perché chiamare vedova inconsolabile la signora Gemma? Perché non solo vestiva sempre di nero, ma era perennemente malinconica e diffondeva intorno a sé una mestizia quasi palpabile. Era una trentacinquina di gran classe, ma uno la doveva taliare a lungo prima di rendersi conto che era di sorprendente bellezza.



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