Alle cinque del mattino in commissariato s’appresentò Cecè Collura, aveva capito che le procedure per lo sbarco dei crocieristi sarebbero state complesse e, per quanto possibile, voleva dare una mano d’aiuto al suo vice. Senza dare nessuna importanza alla facenna, Premuda l’informò delle telefonate a vuoto del professor Ardigò. S’aspettava che Collura reagisse con un certo divertimento e invece vide che il commissario parse disubito preoccupato.

«Senta, Premuda, ma siamo certi che possiamo stare tranquilli? Lei lo sa com’è la signora Ardigò, no? La chiamano la vedova inconsolabile! E se avesse veramente preso dei sonniferi, contrariamente agli ordini del professore?» «Beh, sarei contento per lei, dimostrerebbe una certa indipendenza dal marito che, mi creda, commissario…» «Premuda, non mi sono spiegato bene. Volevo dire: e se avesse preso una dose eccessiva di sonniferi? Quella è una fimmina che pare sempre sull’orlo del suicidio!» Il sorriso scomparse dalla bocca di Premuda. «Madonna santa! Non ci avevo pensato!» Si fecero di corsa scalette, controscalette, corridoi, corridoietti e finalmente arrivarono davanti alla porta della 90 che Cecè Collura rapii col passepartout e con una certa ansia. Il microfono era staccato, le valigie erano già pronte per lo sbarco, ma della signora Gemma non c’era traccia. Premuda origliò alla porta del bagno, nessun rumore. Un terribile pensiero gli attraversò la mente. Pallido, si rivolse a Cecè Collura: «E se si è gettata in mare?». «Che ore sono?» – spiò Cecè. «Quasi le sei.» «Abbiamo due ore prima che il professore ritelefoni. Diamoci da fare. Lei, Premuda, vada a parlare con gli uomini di guardia. Si faccia dire se hanno notato qualcosa d’anormale.»

Premuda si precipitò. Cecè niscì dalla cabina e s’imbatté quasi subito nell’addetta al corridoio.



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