«Senta un po’…» «Piglio servizio alle sette» – rispose l’addetta, sgarbata. «Va bene, ma potrei sapere qualcosa della signora del 90?» «E che vuole sapere? Quella va a letto alle nove e si sveglia alle otto.» Cecè tornò nella cabina, pigliò un foglio di carta, scrisse poche parole: che la signora, una volta rientrata, telefonasse immediatamente al commissariato. Non credeva al suicidio: quella era il tipo di fimmina che, se si decideva a suicidarsi, avrebbe lasciato una lettera d’addio di centoventi facciate. E lettere così nella cabina non ne aveva trovate. Dopo manco mezz’ora ch’era in commissariato, arrivò Premuda, gli uomini di guardia non avevano niente da segnalare. Alle sette e mezzo, la signora Gemma Ardigò telefonò dalla cabina, era molto seccata che qualcuno fosse entrato in sua assenza. Che avevano di tanto importante da dirle al commissariato? «Vengo giù io» disse Cecè. Si fece scale, scalette, corridoi, corridoietti a passo svelto, c’era poco tempo prima della telefonata del luminare. La signora gli aprì la porta, melanconica sì, ma risentita. «Perché vi siete permessi…» «C’è un problema, signora. Stanotte ha telefonato suo marito…» «Cielo! Mio marito!» – fece la signora Gemma come nelle migliori commedie di Feydeau. Da quella battuta famosa e dal fatto che la faccia pallida di suo della signora arriniscì ad essere ancora più pallida alla notizia, Cecè ebbe la rivelazione inaudita. «Era in un’altra cabina, vero? Con un amico?» «Sì» – ammise la vedova inconsolabile abbassando pudicamente gli occhi. Ma li rialzò subito, aggiungendo: «Le cose però non stanno come lei può pensare». «Io non penso niente» – disse Cecè – «Vorrei solamente…» Ma la signora oramà sentiva il bisognodi dire tutto. «Con Giulio Ghiro ci siamo sempre amati, ma tra noi non c’è mai stato niente, glielo giuro! Lui è un filosofo, ha scritto libri bellissimi, come Le ragioni della melancholia e l’ultimo, Dalla parte del non essere.


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