«Mi perdoni, commissario, Lei ha ragione. Ma ho avuto ordini precisi. Nessuno poteva pensare che il suo fiuto di poliziotto l’avrebbe fatta sospettare.»

«Di che?»

«Ne parli col comandante, se crede.»

«Certo che gli parlo!» – s’infuriò Cecè, agguantando la cornetta del telefono interno.

Appena sentì il nome di Joe Bolton, il comandante disse a Cecè di salire immediatamente sul ponte comando.

«Questo Bolton, che in realtà si chiama Brambilla…» – esordì fora della grazia di Dio.

«Chiamarsi Brambilla non è un reato, le pare?» – l’aggelò placido il comandante.

«Non sarà un reato, ma francamente lui è un tipo equivoco. Lo sa? Porta parrucca, lenti a contatto e baffi finti. Si è truccato perché non vuole farsi riconoscere, sicuramente ha qualcosa da nascondere.»

«È vero. Guardi, commissario, potrei dirle che tutto è in ordine e che della faccenda rispondo io. Tanto il signor Bolton è previsto sbarchi al prossimo scalo. Ma voglio rendere omaggio al suo sguardo acuto. Lo sa chi si cela dietro al nome di Brambilla?»

«Perché, macari quello è falso?» – spiò allibito Cecè.

«Sì, lo è. Il vero nome di Bolton–Brambilla è…»

Lo fece, il nome. E Cecè Collura sbiancò.

«Ma come?» – balbettò appena si fu ripreso –. «Un miliardario! Uno come lui! Uno che è stato Presidente del…»

Il comandante isò una mano a interromperlo.

«Lei lo sa quali sono stati i suoi inizi? Cantava, come adesso, sulle navi da crociera. Ha voluto ritrovare un pochino della sua giovinezza. Vogliamo condannarlo per questo?»

Cecè allargò le braccia, salutò, niscì. Ma subito fora dalla cabina del comandante l’attraversò un pensiero. Lui era un finto commissario di bordo. Joe Bolton era un finto cantante. Quanti altri “finti” c’erano a bordo? E quella crociera era vera o virtuale?

Il fantasma nella cabina



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