— C’è stata un’esplosione nel vostro laboratorio — disse Gev. — Eravamo molto preoccupati. Dapprima abbiamo pensato che foste morto, poi ferito, poi… che vi avessero rapito. I vostri amici sono stati molto in pena…

— Non era nelle mie intenzioni.

— …e non solo gli amici, anche il governo. Voi siete israeliano e lavoravate per Israele. Manca una cartelletta. Il frutto del vostro lavoro è stato sottratto al vostro paese.

Gev accese una sigaretta e aspirò profondamente, proteggendone l’estremità accesa con le mani unite a coppa, col gesto caratteristico dei militari. Il suo sguardo non abbandonava mai la faccia di Arnie, e il viso era impassibile come una maschera; gli occhi però, erano accusatori, penetranti. Arnie allargò le mani in un gesto goffo, poi le strinse di nuovo, sul piano della scrivania.

— Non è stato sottratto. Si tratta di roba mia, e io me la sono portata dietro quando sono partito. Quando sono partito di mia spontanea volontà per venire qui! Sono spiacente che voi… abbiate una cattiva opinione di me. Ma ho fatto quello che dovevo fare.

— Di che appunti si trattava? — La domanda risuonò fredda e dura, penetrando in profondità.

— Erano… il mio lavoro. — Arnie si sentiva aggirato, sconfitto e non poteva rifugiarsi nel silenzio.

— Suvvia, Arnie. Non è una risposta esauriente. Voi siete un fisico, e il vostro lavoro è attinente alla fisica. Non possedevate esplosivi, eppure siete riuscito a far saltare in aria un’attrezzatura del valore di parecchie migliaia di sterline. Che cosa avete inventato?

Il silenzio si protrasse, e il professore non poté far altro che fissare desolato le proprie mani contratte, con le nocche che impallidivano sempre più. La parole di Gev incalzavano, spietate.



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