
C’era uno sguardo spento negli occhi di Arnie, quando questi alzò la testa. Non era un tipo abituato a sopportare emozioni violente, non aveva difesa e non sapeva come affrontare ciò che ora sentiva. Il dolore dipinto sul suo viso era così vivo, che Ove dovette voltarsi e ricominciare a trafficare con le riviste appena messe in ordine.
— Sì, se vuoi, possiamo pranzare fuori. — La voce di Arnie era vuota di un’emozione che i suoi lineamenti non riuscivano però a nascondere.
I due uomini uscirono, percorsero in auto, senza parlare, Nørre Alle e attraversarono il parco. Era proprio come aveva detto Ove… Le ragazze pedalavano sulle loro alte biciclette nere e accendevano lampi di colore nella massa monotona delle giacche maschili. Passavano accanto all’auto, sulle banchine riservate alle biciclette ai lati dell’ampia strada, e sciamavano poi in file ordinate agli incroci. Le lunghe gambe pedalavano, le gonne si sollevavano liberamente, ed era davvero un bel pomeriggio… Ma Arnie portava in sé il ricordo della sua grande infelicità. Ove pilotò abilmente la piccola Sprite nel flusso di veicoli e percorse Øserbrogade fino alla banchina. Poi approfittò con prontezza di una breccia nel traffico della Langelinie e si fermò sul retro del ristorante Pavillonen. Era presto, e i due amici riuscirono ad ottenere un tavolino presso la grande vetrata che prendeva tutta una parete. Ove chiamò il cameriere e ordinò il pranzo prima ancora di sedersi. Pochi attimi dopo apparvero una bottiglia di akvavit, in un blocco di ghiaccio, e un paio di birre gelate.
— Ecco qui — disse Ove, mentre il cameriere riempiva due grossi calici di snaps. — Scommetto che non ne hai gustata molta, di questa, a Te! Aviv.
