A molti, Arnie Klein sembrava lento di comprendonio, ma si sbagliavano… Era semplicemente incapace di seguire più di un’idea per volta, e doveva rimuginarla metodicamente per spremerne fino all’ultima goccia di nutrimento, La sua mente lavorava con precisione straordinaria, macinando tutto con una finezza incredibile. Soltanto grazie a questa sua singolare capacità era potuto restare per sei anni fisso nella stessa direzione e cioè su una complessa catena di ipotesi matematiche fondate soltanto su un’anomalia gravimetrica e una possibile ambiguità in una delle equazioni della teoria di campo di Einstein.

Ora la sua mente era intenta a seguire una nuova linea di pensiero, che aveva già preso in considerazione in precedenza, ma a cui l’esplosione aveva dato un carattere di forte probabilità. E, come al solito, quando si trovava profondamente assorto in meditazione, il suo corpo continuava a svolgere le azioni abituali senza che il suo «io» cosciente se ne rendesse conto. Arrampicandosi sulle macerie, si era impolverato le mani e gli abiti; e poi, aveva il viso sporco di sangue. Si spogliò come un automa, fece una doccia, ripulì la ferita e vi applicò un piccolo cerotto. Solo quando cominciò a rivestirsi, il suo «io» cosciente fece di nuovo capolino. Invece di infilarsi un paio di calzoncini puliti, prese i pantaloni del vestito leggero e li indossò. Infilò una cravatta nella tasca della giacca, poi posò quest’ultima sullo schienale di una sedia. Dopo di che si fermò, in silenzio, per tirare le conclusioni logiche di quella sua nuova idea. Era un uomo di oltre cinquant’anni, ordinato, con i capelli brizzolati e l’aria del tutto comune… Questo, prescindendo dal fatto che riuscì a starsene in piedi, immobile e senza battere le palpebre, per ben dieci minuti, cioè fino a che non ebbe raggiunto la conclusione voluta.

Per il momento, Arnie non sapeva con certezza quale fosse la scelta più saggia; conosceva, però, le possibili alternative.



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