
All’interno del Casit, intanto, Arnie si alzava dal suo tavolino, contava accuratamente il denaro per pagare la bibita, e usciva.
Ancora una volta lo assisté la fortuna. Vide un tassì che aveva appena accompagnato un cliente al caffè accanto, un locale molto elegante, e ci si infilò mentre la portiera era ancora aperta.
— All’aeroporto di Lydda — disse. E ascoltò pazientemente, mentre l’autista gli spiegava che stava per iniziare il suo turno di riposo, che aveva bisogno di altra benzina, che il tempo non prometteva niente di buono e via dicendo… Comunque, Arnie non perse tempo, perché, una volta presa la decisione, aveva capito che, agendo rapidamente, avrebbe evitato una quantità di cose spiacevoli.
Mentre imboccavano la strada per Gerusalemme, incrociarono due auto della polizia lanciate a velocità pazzesca nella direzione opposta.
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La hostess dovette toccargli il braccio con discrezione per attrarre la sua attenzione.
— Signore, prego, la cintura. Tra pochi minuti si atterra.
— Sì, certo — disse Arnie. Solo ora si accorgeva che le scritte con l’invito ad allacciare la cintura di sicurezza e a non fumare erano accese.
Il tempo era trascorso con rapidità incredibile, per lui. Ricordava vagamente che gli era stato servito il pranzo, anche se non rammentava più che cosa avesse mangiato. Dopo il decollo dall’aeroporto di Lydda, era sprofondato in nuovi calcoli, prendendo l’avvio da quell’ultimo esperimento d’importanza vitale. E il tempo era volato.
Con maestosa lentezza, il grosso reattore 707 si inclinò su un’ala in una superba virata, e la luna si spostò come un faro nel cielo.
