Le nubi sottostanti si illuminarono, formando un paesaggio solido e tuttavia irreale. L’aereo perse quota, volò per un poco sopra lo strato di nuvole, poi ci si tuffò dentro. Le gocce di pioggia rigavano l’esterno dei finestrini formando rigagnoli capricciosi. La Danimarca umida e scura aspettava, là sotto. Arnie vide che il suo taccuino, aperto a una pagina piena di equazioni buttate giù frettolosamente, era posato sul tavolino davanti a lui. Lo infilò nel taschino della giacca e ripiegò il piano di legno. Alcuni punti luminosi apparvero all’improvviso attraverso la pioggia e si scorsero le acque scure dell’Øresund. Un attimo dopo, apparve la pista e l’aereo atterrò nell’aeroporto di Kastrup.

Arnie attese pazientemente che tutti gli altri passeggeri fossero scesi. Erano per lo più danesi di ritorno dalle vacanze nei paesi del sole, con facce rosse, raggianti e così tonde che sembravano sul punto di scoppiare. Stringevano in mano borse di paglia o altri ricordi orientali, come cammelli di legno, piastre di ottone, tappetini, e tutti avevano l’immancabile fiaschetta di liquore che gli addetti alla dogana lasciavano passare senza soprattassa. Arnie scese per ultimo. La porta dell’abitacolo del pilota era aperta, e quando lui ci passò davanti vide uno sgabuzzino scuro, stipato di quadranti scintillanti e di interruttori. Il comandante, un tipo alto e biondo, dalla mascella imponente, gli sorrise. Capitano Nils Hansen stava scritto sul distintivo, sopra le ali d’oro.

— Spero che abbiate fatto buon viaggio — disse l’ufficiale in inglese, la lingua internazionale delle linee aeree.

— Davvero ottimo, grazie. — Arnie aveva un distintissimo accento da public school britannica, del tutto contrastante con il suo aspetto esteriore. Ma aveva trascorso gli anni della guerra a Winchester, in una scuola inglese, e la sua pronuncia ne era stata segnata per sempre.

Gli altri passeggeri se ne stavano ordinatamente in coda davanti agli sportelli della dogana, passaporto in mano.



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