
Arnie attese pazientemente che tutti gli altri passeggeri fossero scesi. Erano per lo più danesi di ritorno dalle vacanze nei paesi del sole, con facce rosse, raggianti e così tonde che sembravano sul punto di scoppiare. Stringevano in mano borse di paglia o altri ricordi orientali, come cammelli di legno, piastre di ottone, tappetini, e tutti avevano l’immancabile fiaschetta di liquore che gli addetti alla dogana lasciavano passare senza soprattassa. Arnie scese per ultimo. La porta dell’abitacolo del pilota era aperta, e quando lui ci passò davanti vide uno sgabuzzino scuro, stipato di quadranti scintillanti e di interruttori. Il comandante, un tipo alto e biondo, dalla mascella imponente, gli sorrise. Capitano Nils Hansen stava scritto sul distintivo, sopra le ali d’oro.
— Spero che abbiate fatto buon viaggio — disse l’ufficiale in inglese, la lingua internazionale delle linee aeree.
— Davvero ottimo, grazie. — Arnie aveva un distintissimo accento da public school britannica, del tutto contrastante con il suo aspetto esteriore. Ma aveva trascorso gli anni della guerra a Winchester, in una scuola inglese, e la sua pronuncia ne era stata segnata per sempre.
Gli altri passeggeri se ne stavano ordinatamente in coda davanti agli sportelli della dogana, passaporto in mano.
