
Mi scusai nuovamente per l’intrusione, e nuovamente le mie scuse furono accolte con un muto cenno del capo. Mi guardava calmo con aria di attesa, quasi con una certa indifferenza, e il suo viso era assai poco espressivo, come quello, probabilmente, di quei vecchi che con i loro cento anni e passa conservano una mente chiara e un corpo sano. Aveva un viso triangolare, abbronzato dal sole, quasi senza rughe, con delle folte sopracciglia che sporgevano all’infuori sopra gli occhi proprio come delle visiere parasole. È curioso che il sopracciglio destro fosse nero come la pece ed il sinistro bianco bianco come la neve.
Mi presentai con dovizia di particolari e cominciai a raccontare la mia storiella. Ero un giornalista, di professione zoopsicologo, e ora stavo raccogliendo materiale per un libro sui contatti dell’uomo con i Testoni. — Lei sa, probabilmente, — dissi, — che il suo alunno Lev Vjačeslavovič Abalkin ha avuto una parte importante in questi contatti. Io stesso ho avuto modo di conoscerlo, molto tempo fa, ma da allora ho perduto ogni contatto. Ora ho provato a cercarlo, ma al COMCON mi hanno detto che Lev Vjačeslavovič non si trova sulla Terra, e che non si sa quando vi farà ritorno. Fra l’altro mi piacerebbe sapere tutto quello che è possibile sulla sua infanzia, sui suoi inizi, sul perché ha fatto una Certa cosa e non un’altra; l’evolversi della psicologia del ricercatore: ecco quello che più di tutto mi interessa. Purtroppo, il suo istruttore è morto, i suoi amici non li conosco, e la mia unica possibilità è di parlare con lei, il suo insegnante. Personalmente sono convinto che nell’uomo tutto inizi nell’infanzia, e soprattutto nella prima infanzia…
Devo confessare che per tutto il tempo avevo accarezzato la speranza che all’inizio del mio vaneggiare sarei stato subito interrotto dall’esclamazione: «Mi scusi! Mi scusi! Ma Lev è stato qui da me ieri!». Però nessuno mi interruppe
