
Lei lo avvolse intorno al manico della scure che fece roteare in aria una o due volte. Poi attraversò il locale con passo deciso (al chiarore della fornace quasi incandescente la sua figura faceva pensare a un ragno) e con un grugnito di trionfo abbatté la pesante lama proprio nel centro della verga.
Uno scatto. Un verso come quello di una pernice. Un tonfo.
Silenzio.
Il fabbro allungò una mano molto lentamente, senza muovere la testa, e toccò la lama dell’accetta. Che non si trovava più sull’accetta. Si era conficcata nella porta, vicino alla sua testa, portandogli via un pezzettino di orecchia.
La Nonnina, con l’aria ancora confusa per avere cozzato contro un oggetto assolutamente inamovibile, fissava il pezzo di legno che aveva in mano.
— Bbbbennee — farfugliava — iiiinnn qquessttoo cccassoo…
— No — replicò con fermezza l’uomo, massaggiandosi l’orecchia. — No, qualunque cosa tu stia per suggerirmi. Lascialo perdere. Ci ammucchierò sopra della roba. Nessuno lo noterà. Lascialo perdere. È solo un bastone.
— Solo un bastone?
— Hai qualche idea migliore? Che non rischierà di portarmi via la testa?
La donna lanciò un’occhiataccia alla verga, che non parve farci caso.
— Non ora subito — ammise. — Ma dammi soltanto il tempo…
— Va bene, va bene. Comunque, ho delle cose da fare, maghi da seppellire. Tu sai com’è.
Il fabbro prese una vanga vicino alla porta posteriore ed esitò.
— Nonnina.
— Cosa?
— Tu lo sai come vogliono essere sepolti i maghi?
— Sì.
— Be’, come?
Nonnina Weatherwax si fermò ai piedi della scala.
— Controvoglia.
Più tardi, quando gli ultimi raggi di luce furono svaniti dalla vallata, la notte calò adagio e una luna pallida e tersa brillò nel cielo incastonato di stelle. Nell’orto semibuio dietro la fucina risuonò di quando in quando il tintinnio di una vanga o un’imprecazione soffocata.
