
Nella sua culla, al piano superiore, dormiva il primo mago femmina del mondo.
Il gatto bianco era sdraiato mezzo addormentato sul suo privato ripiano vicino alla fornace. L’unico rumore nella fucina calda e scura era il crepitio delle braci che si assestavano sotto la cenere.
La verga era ritta nell’angolo, dove voleva rimanere, avvolta in ombre leggermente più nere di quanto siano normalmente le ombre.
Il tempo passava. Ciò che, essenzialmente, è il suo mestiere.
Un debole tintinnio, un soffio d’aria. Dopo un po’, il gatto si mise a sedere e a guardare con interesse.
Venne l’alba. Lassù, nelle Ramtop, l’alba è sempre uno spettacolo suggestivo, specie quando un temporale ha ripulito l’aria. La valle, dove si trovava Cattivo Somaro, dava su un panorama di montagne più basse e di colline dalle tinte violacee e arancione sotto la prima luce mattutina che si spandeva adagio su di esse (perché nel vasto campo magico del Disco la luce viaggia a un ritmo più lento) e più lontano le grandi pianure erano ancora una pozza d’ombra. Ancora più in là si scorgeva di tanto in tanto lo scintillio distante del mare.
In effetti, da lì lo sguardo poteva spaziare proprio fino all’estremo limite del mondo.
Non era questa un’immagine poetica, ma un fatto concreto, dato che il mondo era decisamente piatto e inoltre, come ben si sapeva, era trasportato attraverso lo spazio sul dorso di quattro elefanti, a loro volta poggiati sul guscio della Grande ATuin, la Grande Tartaruga Celeste.
A Cattivo Somaro, il villaggio si sta svegliando. Il fabbro è appena tornato nella sua fucina, che ha trovato più ordinata che negli ultimi cento anni, con tutti gli arnesi sistemati al posto giusto, il pavimento spazzato e nella fornace preparato un nuovo fuoco. Lui siede sull’incudine, che è stata spostata dall’altra parte del locale, e contempla la verga cercando di pensare.
