
Per sette anni non accadde granché, eccetto che nell’orto del fabbro uno dei meli crebbe parecchio più alto degli altri. E che spesso ci si arrampicava una bambina dai capelli scuri, i due incisivi mancanti e lineamenti che promettevano di diventare, se non proprio belli, almeno piacevolmente interessanti.
La piccola si chiamava Eskarina, per nessun motivo particolare tranne che a sua madre piaceva il suono della parola. E sebbene Nonnina Weatherwax la tenesse sotto attenta osservazione, non riuscì a scorgere in lei alcun segno di magia. È vero che la ragazzina passava più tempo ad arrampicarsi sugli alberi e a correre gridando forte di quanto facessero di solito le altre bambine. Ma a una femminuccia con quattro fratelli più grandi ancora a casa, si possono scusare un sacco di cose. Così, la strega cominciò a tranquillizzarsi e a pensare che dopo tutto la magia non si era impossessata di lei.
Ma la magia suole tenersi nascosta, come un sentiero tra l’erba.
L’inverno ritornò, e fu un brutto inverno. Le nuvole indugiavano sulle Ramtop come tante grandi e grasse pecore, riempiendo le gole di neve e trasformando le foreste in caverne silenziose e malinconiche. I passi alti erano chiusi e le carovane sarebbero tornate soltanto a primavera. Cattivo Somaro divenne una piccola isola di calore e di luce.
Alla prima colazione la madre di Esk osservò: — Sono preoccupata per Nonnina Weatherwax. Ultimamente non si è fatta vedere.
Il fabbro la guardò mentre si portava alla bocca una cucchiaiata di porridge.
— A me non dispiace — disse. — Lei…
— Lei ha un naso lungo — dichiarò Esk.
I suoi genitori la guardarono severi.
— Non bisogna fare una osservazione del genere — la rimproverò la madre.
— Ma il babbo dice che lei ficca sempre il suo…
