Geers acconsentì con malagrazia; i due uomini uscirono per andarsi a mettere degli abiti più caldi e gli stivali da acqua. Fleming era stato autorizzato a portare delle torce ed una lanterna speciale, ed a rifornire di combustibile una barca con fuoribordo. Non era passata mezz’ora, e già attraversavano le due miglia di mare agitato che li separavano dall’isola. Nessuno dei due disse parola, durante il viaggio. Geers sedeva aggrappato nel mezzo della barca, fissando la sagoma dell’isoletta rocciosa, che si levava nella nebbia. Fleming sedeva a poppa, reggendo il timone. Accostò l’imbarcazione all’imbarcadero di legno, proprio di fronte all’entrata della grotta.

Geers vagò sulla sabbia fangosa, mentre Fleming tirava a sé la barca nell’acqua bassa. Si arrampicarono poi sulle ripide tavole fino al punto più alto, muovendo verso l’entrata della caverna. Alcuni gabbiani gridarono e si agitarono a questa invasione del loro regno; il silenzio all’interno della grotta creava un magico contrasto con le grida degli uccelli e il ritmico sospiro delle onde che si rompevano.

«È sicuro che questa sia la strada dalla quale è venuto?» domandò Geers, muovendo cautamente in avanti, alla luce ondeggiante della lampada e della torcia di Fleming.

«Certo; questo è il tipo di cosa che si memorizza automaticamente, per essere sicuri di ritrovare la strada d’uscita.»

Diresse il raggio della propria torcia su uno stretto passaggio in discesa, che curvava verso destra. «Questa è la strada per arrivare al vano dove si trova lo stagno. Può vedere le orme dei passi dei marines sulla sabbia.»

Geers cominciò ad inoltrarvisi, illuminando con la lampada la sabbia sconvolta. Si arrestò di scatto, quando si accorse che Fleming non lo stava seguendo. «Dove sta andando?» gridò. Fleming stava dirigendosi verso sinistra. «Sto cercando di dare un’occhiata a quest’altro passaggio; anche qui c’è dell’acqua.»



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