«Crede che abbiano dragato quella sbagliata?» domandò Geers.

«No; persino Quadring e quell’ufficiale dei marines non sono tanto stupidi.»

Geers si volse. «Non ho capito quale sia la sua idea, ma sto venendo a vedere. Controlleremo dopo il primo stagno.»

Il passaggio scendeva ripido, e l’apertura diventava sempre più stretta. Fleming si era abbassato molto, ed ora stava procedendo decisamente. Geers, cercando di stare al passo con lui, urtò con la punta dello stivale un sasso, e cadde bocconi. Imprecò di dolore, battendo la spalla contro una roccia aguzza.

Fleming si volse, girando verso di lui il raggio della torcia.

«Si è fatto male? È un brutto affare, se non si è mai scesi in una caverna. Aspetti qui, mentre dò un’occhiata allo stagno; non ci starò molto.»

Geers si rialzò goffamente, e tornò indietro di qualche passo, dove il passaggio era più largo. I passi di Fleming echeggiavano attutiti ma distinti lungo le pareti della grotta, divenendo sempre più deboli.

Per un intero minuto, vi fu il freddo, morto silenzio di un mondo senza vita. Poi, alla sua destra, in direzione del vano con lo stagno principale, venne il suono secco e preciso di un sasso che rotolava sulla superficie di pietra. Con un tonfo sordo, cadde nell’acqua. Geers si raggelò istintivamente nell’immobilità, trattenendo il respiro. Con un secondo tonfo, un altro sasso cadde nell’acqua, seguito dal fruscio di molti altri ciottoli più piccoli.

La reazione di Geers fu un miscuglio di paura e di eccitazione. La paura ebbe la meglio. Non osava muoversi. Chiamò Fleming.

La sua voce si levò in falsetto, con una tensione che spinse Fleming a ritornare con tutta la velocità che gli permetteva l’arrampicarsi lungo il passaggio in salita.

«Ehi!» disse. «Che è successo?»

«Non ha udito nulla? Trovato nulla?» interrogò Geers.



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