
«È uno stagno profondo, come l’altro. Credo che si trovi subito dietro la parete di roccia del vano principale. Quando ci sono pozze profonde come queste, nelle caverne, a volte sono collegate tra di loro alla base, come un tubo fatto ad U. Quello che entra da una parte, può uscire dall’altra.»
«Ma è successo?»
Fleming scosse la testa.
«No, ma un corpo potrebbe rimanere trattenuto sul fondo. Faranno meglio a dragare anche la seconda pozza.»
Geers rabbrividì, sebbene nella caverna non facesse freddo come fuori. «Non è una bella morte, nemmeno per una strana creatura,» mormorò. Poi disse ad alta voce: «Ha gettato delle pietre nell’acqua?»
Fleming illuminò con la torcia la faccia dell’altro. «No,» rispose, «perché me lo domanda?»
Proprio in quel momento, si udì di nuovo il debole rumore dei ciottoli smossi. Nell’eco ripetuta di ogni minimo rumore, era quasi impossibile identificare la direzione dei suoni.
«Eccolo di nuovo. Quel rumore. Sassi smossi,» sussurrò Geers.
«Spostati prima da me, e continuano a cadere. Succede sempre.»
Geers non era soddisfatto. Mosse un passo o due nel passaggio di destra, alla luce ondeggiante della lampada, che saltellava da una parete all’altra. Nel vano dello stagno, le rocce erano grigie ed umide; qua e là, alcune piriti brillavano, ogni volta che cadeva su di loro il raggio di luce.
Anche Fleming riaccese la sua torcia, e il raggio, traversando lo stagno, raggiunse la parete opposta della grotta, dove la roccia formava una curva dolce, seguendo il bordo dell’acqua. In un piccolo recesso, la luce mostrò, illuminandola, una macchia bianca.
«Che cos’è?» sussurrò Geers, afferrando il braccio del compagno.
Fleming scrollò da sé la mano di Geers e si mosse. Il raggio della torcia penetrò meglio nel crepaccio.
«Che cos’è?» ripeté affannosamente Geers.
«Lei, naturalmente. Mi dia una mano per tirarla fuori di lì.»
