Fleming cominciò ad avvicinarsi, cercando cautamente dei punti d’appoggio sulla roccia liscia. Geers non lo seguì.

«Almeno mi faccia luce, in modo che possa vedere qualcosa,» gridò Fleming irritato.

Quando raggiunse André, pensò che fosse morta. Il suo vestito era inzuppato ed appiccicato al corpo. Fleming la sentì fredda come la pietra, quando le mise le mani sotto la vita e dietro le spalle, per cercare di sollevarla o di trascinarla.

Sebbene l’operazione fosse difficile, non poté non rendersi conto di quanto leggero fosse il suo peso, e come sembrasse fragile il corpo creato dall’uomo di questa foemina sapiens.

Delicatamente, la depose sulla sabbia ai piedi di Geers, appoggiandosi alla parete di roccia per riprendere fiato. Geers rimaneva immobile, come folgorato.

«È… è…» mormorò, deponendo la lampada sulla sabbia, in modo da illuminare il volto della ragazza. Come una dea morta, ella giaceva bionda, sottile e bella nel suo pallore. Fleming si inginocchiò e le sollevò una palpebra; l’iride azzurra sembrava senza vita; non vi furono contrazioni visibili, quando la luce vi cadde sopra. Le afferrò il polso freddo come il ghiaccio, per cercarne le pulsazioni. Sentì un lievissimo tremito, ma non fu sicuro se fosse un’illusione delle proprie dita, o la prova che André viveva ancora.

«Non sono un dottore, così non posso essere certo, ma mi sembra di sentire un battito. Una volta lei disse di avere un cuore costruito meglio di quello umano.»

Di nuovo, le mise le mani dietro le spalle, e la sollevò, mettendola a sedere. Ma quando la parte superiore del corpo della ragazza fu in posizione eretta, la testa ricadde in avanti. Si udì un gemito sordo.

«È viva,» gridò Geers esultante.

«Già.» Con la mano libera, Fleming frugò nella tasca della giacca, e ne tirò fuori una fiaschetta.

«Prova un sorso di questa bomba, bambina mia,» disse, e con i denti svitò il tappo.



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