Goffamente, Fleming lottò per sfilarsi il giaccone imbottito senza smettere di sorreggerla, e riuscì a porglielo sulle spalle.

«Adesso stai bene,» la rassicurò, «è tutto finito. Ce ne andremo a fare una lunga vacanza bellissima. Sai chi sono, vero?»

Gli occhi velati si aprirono di più e lo fissarono. Impercettibilmente, ella annuì.

Fleming si sentì ridicolmente felice. «Perfetto! Ora ti sostengo io. Tieni le mani dove sono, così non saranno toccate. Andiamo!»

Geers non fece nessun tentativo per aiutare. Stette a guardare Fleming mentre afferrava André e la sollevava come un bambino, bilanciando il peso finché sentì di tenerla saldamente, con la testa appoggiata alla sua spalla.

Soddisfatto all’idea di andarsene finalmente, Geers si chinò a raccogliere la lanterna. Fleming era proprio dietro di lui. Con un rapido colpo di stivale, mandò Geers a faccia in avanti, quindi dette un calcio alla lampada. Si udì un tintinnio, quando il vetro batté sulla roccia e la luce si spense.

Fleming rise forte. «Tienti forte, tesoro, ce ne andiamo,» sussurrò ad André. Mezzo piegato per non battere contro il soffitto di pietra, si lanciò in avanti alla luce saltellante ed incerta della propria torcia. Le urla di terrore e di rabbia di Geers echeggiavano dietro di lui.

Fleming raggiunse l’uscita della grotta avendo battuto solo una volta violentemente le spalle contro la roccia. Per arrivare alla barca, vi era una distanza di una trentina di metri. Notò con soddisfazione che la marea era cambiata, e che la poppa dell’imbarcazione era immersa nell’acqua.

Camminava già nell’acqua alta, quando Geers uscì inciampando dalla bocca della caverna, strillando il nome di Fleming, e alternando minacce di punizione ad invocazioni per essere aspettato.

Fleming depose André sul fondo della barca. Essa ebbe un gemito doloroso, quando uno degli scalmi le sfiorò le mani.



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