
«Sono sempre vissuta vicino alle tombe», aveva commentato alla figlia.
«Oh, madre, vieni ad abitare con noi, in città!» le aveva detto la figlia Melina, ma la vedova non aveva voluto rinunciare alla sua solitudine.
«Più avanti, magari, quando avrai dei figli e ti servirà aiuto», aveva risposto, guardando con piacere quella sua figlia dagli occhi grigi. «Ma non ora. Non hai bisogno di me. E sono affezionata a questa casa.»
Quando Melina si era allontanata per fare ritorno al giovane marito, la vedova aveva chiuso la porta e si era soffermata per qualche istante sulla soglia della cucina, pavimentata di grosse lastre di pietra. Scendeva già la sera, ma lei non aveva acceso la lampada, perché le indugiava ancora nella mente l’immagine del marito intento a compiere quell’operazione: il movimento delle mani, la scintilla, la sua espressione concentrata e attenta, che si rivelava a mano a mano che la fiamma attecchiva. Adesso la casa era silenziosa.
«Ero abituata a vivere in una casa silenziosa, da sola», si era detta. «E posso tornare a farlo.» Aveva acceso la lampada.
Giunta la stagione calda, un pomeriggio, sul tardi, una vecchia amica della vedova, Lodola, era arrivata di gran carriera dal villaggio, lungo il viottolo polveroso. «Goha!» aveva detto, nel vederla curva a strappare le erbacce nel campo dei piselli. «Goha, è successo qualcosa di brutto. Di molto brutto. Puoi venire?»
«Sì», aveva detto la vedova. «Di che cosa si tratta?»
Lodola aveva trattenuto il respiro. Era una donna di mezza età, pesante e dall’aria ordinaria, con un nome che mal si accordava al suo aspetto, ormai. Ma una volta era una ragazza snella e graziosa, e aveva accolto Goha con amicizia, senza badare alla gente del villaggio, che non lesinava critiche contro la strega di Karg — dalla faccia bianca come la calce — che Selce si era portato a casa; da allora erano rimaste amiche.
«È bruciata una bambina», aveva risposto Lodola.
