«Puoi fare qualcosa?» aveva chiesto Lodola, piano.

Goha aveva continuato a fissare la bambina ustionata. Non aveva mosso le mani, ma aveva scosso la testa.

«Non hai imparato l’arte della guarigione, sulle montagne?» Lodola lo aveva detto spinta dal dolore e dalla collera, cercando uno sfogo.

«Neppure Ogion riuscirebbe a curarla», aveva risposto la vedova.

Lodola aveva girato la faccia dall’altra parte, si era morso il labbro e aveva pianto. Goha l’aveva abbracciata e le aveva passato la mano sulla testa. Per qualche minuto, le due donne si erano confortate l’un l’altra.

Poi, dalla cucina, era giunta la strega Edera, che aveva aggrottato la fronte nel vedere Goha. Anche se la vedova non faceva incantesimi e fatture, si diceva che al suo arrivo a Gont era stata accolta al villaggio di Re Albi come pupilla del mago, e che conosceva l’Arcimago di Roke e che senza dubbio possedeva poteri arcani, di terre lontane. Gelosa delle proprie prerogative, la strega si era recata accanto al letto e si era data da fare con un piattino su cui aveva versato una montagnola di polvere: le aveva dato fuoco — subito si era levata una nuvoletta di fumo puzzolente — e aveva preso a ripetere una formuletta curativa. Il fumo acre delle erbe magiche aveva fatto tossire la bambina ustionata, che si era quasi levata a sedere, tremante. Aveva preso a respirare ad ansimi, rapidi e brevi. Con l’unico occhio che le era rimasto, sembrava proprio che fissasse Goha.

La vedova si era avvicinata a lei e le aveva preso la mano sinistra. Parlando nella propria lingua, aveva detto: «Io le ho servite e le ho lasciate. Non permetterò loro di averti».

La bambina aveva continuato a fissare lei o il vuoto, e a tentare di respirare, a tentare ancora di respirare, a tentare ancora…



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