Continuarono a camminare finché il lungo crepuscolo estivo non cominciò a oscurarsi. Allora lasciarono la stradina e si accamparono in una piccola valle, accanto a un ruscello dalle acque rapide e silenziose, su cui si specchiavano il pallido cielo notturno e le macchie di salici. Golia preparò un giaciglio di erba secca e di foglie, nascosto fra gli alberi come una tana di lepre, e vi fece accomodare la bambina, dopo averla avvolta in una coperta. «In questo momento», le disse, «tu sei un bozzolo. Domattina sarai una farfalla e uscirai all’aperto.» Non accese il fuoco; si limitò ad avvolgersi nel proprio mantello, distesa accanto alla bambina. Guardò le stelle illuminarsi a una a una e ascoltò quel che il ruscello le raccontava silenziosamente finché non s’addormentò.

Quando si svegliarono, nel freddo che precede l’alba, Goha accese un piccolo fuoco e fece bollire una pentola d’acqua per preparare un semolino d’avena per lei e per la bambina. La piccola farfalla ustionata uscì con un brivido dal bozzolo, e Goha fece raffreddare la pentola sull’erba umida di rugiada, perché la bambina potesse prenderla in mano e bere da essa. Quando ripartirono, a oriente, al di sopra dell’alto e scuro dorso della montagna, il cielo si stava ormai illuminando.

Camminarono per tutto il giorno, con l’andatura di una bambina che si stanca facilmente. In cuor suo, la donna era ansiosa di fare in fretta, ma camminò piano. Non era in grado di portare in braccio la bambina per molto tempo, e perciò, per renderle più facile il cammino, prese a raccontarle una delle sue storie.

«Stiamo andando a trovare un vecchio che si chiama Ogion», le disse, mentre percorrevano la stradina tutta curve che attraversava la foresta e saliva sul monte. «È un sapiente, e anche un mago. Sai che cos’è un mago, Therru?»



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