
Se la bambina aveva un nome, non lo conosceva o non voleva rivelarlo. Goha la chiamava Therru.
La bambina scosse la testa.
«Be’, neanch’io», rispose la donna. «Ma so che cosa possono fare. Quando ero giovane… più grande di te, ma ancora giovane… Ogion è stato mio padre, come io sono adesso tua madre. Si prendeva cura di me e cercava di insegnarmi quel che dovevo sapere. Rimaneva con me anche se avrebbe preferito andare in giro da solo. Amava camminare lungo queste stradine da cui passiamo adesso, e nelle foreste e nei luoghi disabitati. Si recava a visitare ogni punto di queste montagne, per vedere, per ascoltare. Ascoltava sempre e non parlava mai e perciò lo chiamavano il Taciturno. Ma con me parlava. Mi raccontava storie. Non solo le grandi storie che tutti conoscono, degli eroi e dei re e di cose accadute molto tempo fa e in posti lontani, ma le storie che solo lui conosceva.» Continuò a camminare in silenzio per qualche tempo, prima di riprendere: «Adesso ti racconterò una di quelle storie».
E raccontò: «Una delle capacità dei maghi è quella di trasformarsi in qualcosa d’altro… prendere un’altra forma. Metamorfosi, è chiamata. Un normale stregone può assumere l’aspetto di un’altra persona, o di un animale, in modo che gli altri non sappiano riconoscerlo: come se si fosse infilato una maschera. Ma i grandi maghi possono fare molto di più. Possono diventare la maschera stessa, e trasformarsi veramente in un’altra creatura. Perciò un mago che, per esempio, deve attraversare il mare ma non ha la barca, può trasformarsi in gabbiano e volare. Ma deve fare attenzione. Se rimane per troppo tempo nella forma di uccello, comincia a pensare come un uccello e dimentica il modo di pensare dell’uomo, e può volare via, rimanere un gabbiano e non ritornare mai più uomo.
