Che terribile situazione per quei disgraziati! Essi, evidentemente, non riuscivano più a comandare l’aerostato. Tutti i loro tentativi rimanevano vani. L’involucro del pallone si sgonfiava sempre più. Il gas ne usciva, senza che fosse possibile trattenerlo in alcun modo. La discesa si accelerava visibilmente e, un’ora dopo mezzogiorno, la navicella era sospesa a non più di seicento piedi sopra l’oceano.

Tutto questo accadeva perché era impossibile impedire la fuga del gas, che fuorusciva liberamente da una spaccatura dell’involucro.

Alleggerendo la navicella di tutto quanto conteneva, i passeggeri avevano potuto prolungare per alcune ore la loro sospensione nell’aria. Ma la catastrofe inevitabile non poteva così che essere ritardata, e se non fosse apparsa qualche terra prima che sopraggiungesse la notte, passeggeri, navicella e pallone sarebbero definitivamente scomparsi nelle onde.

La sola manovra che ancora restasse da fare fu eseguita. I passeggeri dell’aerostato erano, evidentemente, gente energica, che sapeva guardare in faccia la morte. Non si sarebbe udito un solo lamento sfuggire dalle loro labbra. Erano decisi a lottare fino all’ultimo istante, e a fare tutto il possibile per ritardare la caduta. La navicella non era che una specie di grande paniere di vimini, inadatta a galleggiare, e non vi era alcuna possibilità di mantenerla sulla superficie del mare, se vi fosse caduta.

Alle due dopo mezzogiorno l’aerostato era appena a quattrocento piedi sopra le onde.

In quel momento una voce maschia — la voce di un uomo dal cuore inaccessibile alla paura — si fece udire. A quella voce risposero altre voci non meno energiche.

«È stato gettato tutto?»

«No! Ci sono ancora diecimila franchi d’oro! Un pesante sacco cadde subito in mare.»

«Il pallone si rialza?»

«Un poco, ma non tarderà a ricadere!»

«Che cosa resta da gettar fuori?»

«Niente!»



10 из 651