
«Sì… la navicella!»
«Appendiamoci alla rete! E a mare la navicella!»
Questo era veramente il solo e ultimo mezzo per alleggerire l’aerostato. Le funi che tenevano sospesa la navicella al cerchio vennero tagliate e l’aerostato si rialzò di duemila piedi.
I cinque passeggeri s’erano issati sulla rete, sopra il cerchio, e si tenevano aggrappati al reticolato delle maglie, guardando l’abisso.
Si sa di quale sensibilità statica sono dotati gli aerostati. Basta sbarazzarli del più piccolo oggetto per provocarne lo spostamento in senso verticale. L’apparecchio, ondeggiando nell’aria, si comporta come una bilancia di matematica precisione. Si capisce, quindi, che quando esso viene liberato da un peso relativamente notevole, il suo movimento è notevole e brusco. Così accadde infatti in questa occasione.
Ma, dopo essersi un istante librato nelle regioni superiori dell’aria, il pallone cominciò a ridiscendere. Il gas sfuggiva attraverso lo squarcio che era impossibile riparare.
I passeggeri avevano fatto tutto quanto avevano potuto. Nessuna forza umana poteva salvarli ormai. Dovevano solo sperare nell’aiuto di Dio.
Alle quattro il pallone non era che a cinquecento piedi dalla superficie delle acque.
Un latrato si fece sentire. Un cane accompagnava i passeggeri e si teneva aggrappato, vicino al suo padrone, alle maglie della rete.
«Top ha visto qualcosa» gridò uno dei passeggeri. Subito dopo si sentì gridare ad alta voce:
«Terra! Terra!»
Il pallone, che il vento non cessava di trascinare verso sudovest, aveva percorso, dall’alba, una distanza considerevole, che si poteva calcolare a centinaia di miglia, e una terra piuttosto elevata stava, infatti, apparendo in quella direzione.
Ma quella terra si trovava ancora a trenta miglia sotto vento. Non ci voleva meno di un’ora abbondante per raggiungerla, a condizione di non derivare. Un’ora! Il pallone non si sarebbe vuotato prima di tutto il gas che ancora conteneva?
