
Verso mezzogiorno, l’aerostato si librava a soli duemila piedi sul mare. Esso stazzava cinquantamila piedi cubi (Nota: Circa 1.700 metri cubi. Fine nota) e, grazie a questa sua capacità, aveva evidentemente potuto mantenersi a lungo nell’aria, sia che avesse raggiunto grandi altezze, sia che si fosse spostato seguendo una direzione orizzontale.
I passeggeri gettarono gli ultimi oggetti, che appesantivano ancora la navicella, i pochi viveri che avevano conservati, tutto insomma, persino i minuscoli utensili di cui erano piene le loro tasche e uno di loro, issandosi sul cerchio in cui si riunivano tutte le funi della rete, cercò di legare solidamente l’appendice inferiore dell’aerostato.
Era evidente che i passeggeri non potevano più mantenere il pallone nelle regioni elevate dell’aria e che mancava loro il gas!
Erano dunque perduti!
Infatti, quel che si stendeva sotto di essi non era né un continente né un’isola. Lo spazio non offriva un solo punto d’atterraggio, una sola superficie solida sulla quale la loro àncora potesse prendere.
Era il mare immenso, le cui onde si urtavano ancora con incomparabile violenza! Era l’oceano senza limiti visibili, anche per loro che lo dominavano dall’alto e i cui sguardi si estendevano per un raggio di quaranta miglia! Era una pianura liquida, battuta senza pietà, sferzata dall’uragano, che doveva loro apparire come una cavalcata di onde scapigliate, sulle quali fosse stata gettata una vasta rete di creste bianche! Non una terra in vista, non un’imbarcazione!
Bisognava, dunque, arrestare a ogni costo il movimento discendente, per impedire che l’aerostato venisse inghiottito dai flutti. Evidentemente, i passeggeri della navicella erano appunto impegnati in questa urgente operazione. Ma, nonostante i loro sforzi, il pallone s’abbassava sempre più, muovendosi contemporaneamente, con estrema celerità, secondo la direzione del vento, cioè da nordest a sudovest.
