
Questa era la terribile domanda che i passeggeri si rivolgevano! Essi vedevano distintamente quel punto solido che bisognava raggiungere a ogni costo. Ignoravano bensì se esso fosse isola/o continente, giacché era molto se sapevano verso quale parte del mondo l’uragano li aveva trascinati. Ma a quella terra, fosse abitata o no, dovesse essere ospitale o no, bisognava arrivare!
Ora, alle quattro, era evidente che il pallone non poteva più sostenersi. Sfiorava la superficie del mare. Già la cresta delle enormi onde aveva più volte lambito la parte inferiore della rete, appesantendola ancor più, e l’aerostato non si sollevava che a metà, come un uccello colpito nell’ala da una scarica di piombo.
Mezz’ora più tardi, la terra non era che a un miglio di distanza, ma il pallone, esaurito, floscio, allungato e tutto pieghe, conservava ancora un po’ di gas solo nella parte superiore. I passeggeri, aggrappati alla rete, pesavano troppo, e ben presto, a metà immersi nel mare, furono sferzati dalle onde furiose. L’involucro dell’aerostato prese allora la forma di una borsa e il vento, penetrando con violenza nelle pieghe, lo spinse come una nave che abbia il vento in poppa. Forse quell’impeto lo avrebbe avvicinato alla costa!
L’apparecchio non distava dalla costa che due gomene, quando risuonarono grida terribili, uscite da quattro petti contemporaneamente. Il pallone, che sembrava non doversi più rialzare, aveva fatto ancora un balzo inatteso, dopo essere stato colpito da una violentissima ondata. Come se fosse stato sbarazzato improvvisamente di una parte del suo peso, risalì a un’altezza di millecinquecento piedi, dove incontrò una specie di risucchio, che, invece di portarlo direttamente sulla costa, gli fece seguire una direzione quasi parallela. Infine, due minuti dopo, il pallone si riavvicinò alla costa obliquamente e ricadde finalmente sulla sabbia del lido, fuori della portata delle onde.
