«Non appena mi sono reso conto del genere di cose malvagie successe qui la scorsa notte, ho mandato a chiamare la Divina del nostro Tempio, che ha portato via tutti i beni di quel tizio, per trattenerli finché non verranno richiesti. Il suo cavallo sta nel mio granaio, ed è uno scambio equo, considerata la legna e l’olio che dovrò consumare a causa sua. La Divina però ha detto che non possiamo lasciarlo così fino al tramonto.» Indicando le fascine legate sul dorso dell’asino, assestò uno strattone alla cavezza e riprese a risalire il sentiero.

«Avete idea di cosa stesse facendo quel tizio?» chiese Cazaril, affiancandosi al contadino.

«Quello che stava facendo è evidente», sbuffò l’uomo. «E ha avuto quello che si meritava.»

«Hmm… Sapete anche a chi lo stesse facendo?»

«Non ne ho idea e lascerò che se ne occupino al Tempio. Vorrei soltanto che non lo avesse fatto sulla mia terra, spargendo la malasorte… È probabile che torni a infestare questo posto, quindi lo purificherò col fuoco e brucerò anche quel rudere fatiscente di un mulino. È inutile lasciarlo così vicino alla strada. Serve soltanto ad attirare… guai.» E gli scoccò un’occhiata.

L’altro avanzò in silenzio per qualche istante, poi, con una certa esitazione, chiese: «Intendete bruciarlo con gli abiti indosso?»

Prima di rispondere, il contadino gli scoccò un’altra occhiata, notando la povertà del suo aspetto. «Io non intendo toccare nulla di suo. Non avrei preso neppure il cavallo, ma non sarebbe stato un atto di carità lasciar morire di fame quella povera bestia.»

«In tal caso, vi dispiacerebbe se prendessi io quei vestiti?» domandò Cazaril, ancor più esitante.

«Non è a me che lo devi chiedere, giusto? Veditela con lui, se ne hai il coraggio. Io di certo non ti fermerò.»

«Se volete… vi aiuterò a prepararlo per il rito funebre.»

«Questa sarebbe una cosa gradita», replicò il contadino, fissandolo con aria un po’ sorpresa.



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