Cazaril ebbe l’impressione che l’uomo fosse più che contento di affidare a lui il compito di occuparsi del cadavere. A causa delle sue condizioni fisiche, fu però costretto a lasciare al contadino il compito di ammucchiare i ceppi più grossi per il rogo, preparato all’interno del mulino, anche se diede una mano a trasportare le fascine più leggere. Avanzò anche qualche pacato suggerimento su come posizionare il tutto per garantire una migliore circolazione dell’aria e avere la certezza di distruggere l’edificio.

Il contadino rimase a guardare, a distanza di sicurezza, mentre Cazaril procedeva a spogliare il cadavere, sfilando a fatica i diversi strati d’indumenti dal corpo irrigidito, che appariva ancora più gonfio di quanto non fosse sembrato a prima vista. Quando riuscì a rimuovere l’elegante camiciola di cotone ricamato, l’addome risultò sporgente in modo quasi osceno. In effetti, il cadavere costituiva uno spettacolo spaventoso, ma qualsiasi cosa avesse prodotto quel gonfiore non poteva essere contagiosa, considerata l’assenza di qualunque odore di morte. Cazaril si chiese cosa sarebbe successo se il cadavere non fosse stato bruciato prima del tramonto: forse sarebbe esploso o magari si sarebbe aperto e, in quel caso, chissà cosa ne sarebbe uscito… o vi sarebbe entrato. Ripiegò i vestiti, quasi privi di macchie, più in fretta che poté, tralasciando le scarpe, troppo piccole per lui. Poi aiutò il contadino a issare il corpo sul rogo.

Quando tutto fu pronto, si lasciò cadere in ginocchio, chiuse gli occhi e recitò la preghiera per i morti. Non sapendo quale Dio avesse preso con sé l’anima del defunto — benché lui ne avesse un’idea piuttosto precisa — si rivolse a tutti e cinque i membri della Sacra Famiglia, parlando in termini semplici e chiari: dopotutto, le offerte dovevano consistere in ciò che si aveva di meglio, anche se l’unica cosa da offrire erano le parole.



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