Cazaril si girò verso l’interno del mulino. Dato che i suoi occhi si erano ormai abituati alla penombra, notò subito la figura che giaceva distesa sul pavimento cosparso di macerie.

Per un momento s’irrigidì, in preda al panico, ma poi si tranquillizzò, constatando che il corpo non si muoveva. Nessun uomo ancora in vita poteva rimanere immobile così a lungo, in quella strana posizione, con la schiena incurvata. A ogni buon conto, lui non aveva paura dei morti. Quanto alla causa di quella morte, però…

Nonostante l’immobilità assoluta dell’uomo, Cazaril raccolse un sasso dal pavimento prima di avvicinarsi. Era un uomo grassoccio, di mezz’età, almeno a giudicare dal grigio misto al bruno della barba curata, sotto la quale il volto appariva tumefatto e violaceo. Che fosse stato strangolato? Ipotesi da scartare, dato che sulla gola non si vedevano segni. I suoi abiti erano sobri e di buona fattura, ma sembravano troppo stretti per lui. La veste di fine lana marrone e la nera e ampia sopravveste senza maniche, bordata d’argento, indicavano che quell’uomo era un ricco mercante oppure un piccolo nobile dai gusti austeri o magari uno studioso pieno di ambizione. Di certo non era un artigiano o un contadino e neppure un soldato, perché le mani, gonfie e chiazzate di porpora e di giallo, non avevano né calli né cicatrici né, soprattutto, mutilazioni di sorta, come pensò Cazaril, lanciando un’occhiata alla propria mano sinistra, cui mancavano due dita, a testimonianza di quanto fosse stolto afferrare una corda da scalata in tensione. L’uomo inoltre non portava ornamenti: nessuna catena, nessun anello o sigillo. Possibile che qualcun altro avesse trovato il corpo prima di lui?

Serrando i denti, si chinò per esaminare meglio il cadavere, un movimento che gli provocò fitte dolorose in tutto il corpo. Le vesti non gli parvero più così strette e l’uomo non era affatto grasso… No, si era gonfiato in maniera innaturale, com’era successo al volto e alle mani. D’altro canto, un corpo in stato di decomposizione tanto avanzato avrebbe dovuto riempire quel mulino di un fetore tale da togliergli il respiro, mentre in quel fatiscente rifugio non si avvertiva nessun puzzo, tranne un sentore di profumo, o d’incenso, misto a fumo di candela e all’odore di sudore stantio.



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