Assicurarono a tutti che entrambi stavano bene. L’ambulanza non era ancora stata chiamata. Bodie declinò l’offerta di essere accompagnato all’ospedale. Con il fazzoletto premuto sul naso, spiegò che lui stesso avrebbe accompagnato Melanie all’ospedale per un controllo. Lei annuì con un cenno del capo, ma non piangeva più. «Non è niente», disse. «Grazie. Grazie a tutti.»

Una componente del quartetto le portò la custodia del violino. «C’è tutto», disse la ragazza. «Il violino è intatto.»

Alcuni del gruppo rimasero con loro mentre lasciavano la sala, offrendo simpatia e frasi d’incoraggiamento, pronti ad aiutare in caso di ricaduta. Il professor Trueblood, capo del settore musicale, li precedette e aprì le porte. «Ho la macchina qui dietro», disse. «Vi accompagno al Pronto Soccorso. Insisto.»

«Davvero, sto bene», replicò Melanie. «Grazie, comunque.»

«A lei ci penso io», lo rassicurò Bodie attraverso il fazzoletto inzuppato.

«Anche lei ha bisogno di cure, giovanotto.»

«Io sto bene.»

Il professor Trueblood li guardò allontanarsi dalla porta della Wesley Hall mentre i due giovani si affrettavano giù per le scale. Appena si furono allontanati, iniziarono a camminare lentamente.

Camminarono per un po’ in silenzio nella notte calda. Poi Melanie chiese: «Come va il naso?»

«Vivrò», rispose lui. «Credo che non sanguini più.»

«Mi dispiace, ti ho fatto male.»

«Non è niente», replicò lui e la guardò. «Vuoi dirmi che cosa è successo?»

«Oh, Bodie!» bisbigliò lei, passandogli un braccio attorno alla schiena e posandogli la mano sul fianco. «È stato terribile.»

«Lo so. Ho visto.»

«Non quello. Ciò che ho visto

«Che cosa hai visto?»

«Mio padre. Doveva essere papà. O mia sorella.» Lei strinse la mano sul fianco di Bodie. «Dio! Lui… lui dev’essere morto. Uno dei due, comunque. Io… Accidenti.» Melanie singhiozzò. «Io non so quale dei due. Ma credo papà. Quando è successo l’ultima volta era la mamma.»



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