Gli spettatori erano appollaiati su inconsistenti panche lungo la pista per gli scooter. Applaudivano e gridavano. Il pilota era arrivato a metà percorso quando un secondo scooter venne lanciato dalla navetta. La mia aeromobile era stata autorizzata ad atterrare dal campo di sicurezza governativo che si era inserito sui miei comandi per guidarmi all’interno. Mi girai sul sedile per tenere d’occhio il tracciato degli scooter. A quell’altezza ero in grado di vedere più chiaramente il primo pilota. Egli aumentò l’inclinazione dello scooter, anche se quella parte della pista era sconnessa, insinuandosi fra rocce, buche e cumuli di sterpaglia tagliata. Mi chiesi come facesse a sapere che il secondo scooter stava guadagnando terreno rispetto a lui.

Vidi il primo pilota sfrecciare verso un masso parzialmente interrato. La linea gialla della pista vi scivolava sopra. Il pilota spostò il proprio peso verso il centro, cercando di rallentare. Aveva aspettato troppo. Lo scooter si impennò e schizzò via, mentre il pilota volava a terra. Colpì con la testa il margine del masso a oltre un chilometro e mezzo al minuto.

Un istante dopo il secondo scooter sfrecciò, con i suoi coni a energia, esattamente a quindici centimetri dal cranio fracassato del primo pilota.

La mia aeromobile scese lentamente al di sotto delle cime degli alberi e atterrò fra due aiuole di sgargianti fiori modificati geneticamente.

Colin Kowalski mi venne incontro nell’atrio, un severo ingresso neo-Wrightiano di un grigio deprimente. — Mio Dio, Diana, sei pallidissima. Cosa c’è?

— Niente — risposi io. Nonostante nelle corse di scooter la morte sia una costante, non avevo mai assistito a un tale evento personalmente e tanto da vicino. Il cranio fracassato non era apparso più sostanziale di un fiore.



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