
— David se n’è andato — confermai io. — Eravamo arrivati a un bivio.
— E chi sarà il prossimo?
— Nessuno. — Sorseggiai il mio drink senza offrirne uno a Stephanie. — Penso di vivere da sola per qualche tempo.
— Davvero? — Toccò un fiore color acquamarina: il dito venne avvolto dal soffice petalo tubolare. Stephanie sogghignò. — Quel dommage. Che mi dici di quel fornitore di software tedesco con cui hai parlato tanto a lungo alla festa di Paul?
— Che mi dici del tuo cane? — ribattei mordace. — Non è tremendamente illegale per essere il cane di uno sbirro?
— Ma tanto grazioso. Katous, di’ ciao a Diana.
— Ciao — disse Katous.
Staccai lentamente il bicchiere dalle labbra.
I cani non sapevano parlare. La struttura vocale non lo permetteva, la legge non lo permetteva, il QI canino non lo permetteva. Tuttavia il "ciao" latrato da Katous era stato perfettamente chiaro. Katous sapeva parlare.
Stephanie si appoggiò contro la portafinestra, godendosi l’effetto della sua granata. Avrei dato qualsiasi cosa per essere in grado di ignorarla, per proseguire con una conversazione neutrale e disinteressata. Non ci riuscii.
— Katous — dissi io — quanti anni hai?
Il cane mi fissò con enormi occhi afflitti.
— Dove abiti, Katous?
Nessuna risposta.
— Sei modificato geneticamente?
Nessuna risposta.
— Katous è un cane?
C’era forse un’ombra di triste sconcerto nei suoi occhi marroni?
— Katous, sei felice?
Stephanie disse: — Il suo vocabolario è di sole ventidue parole. Però ne capisce di più.
— Katous, vuoi un biscotto? Biscotto, Katous?
Il cane agitò il ridicolo codino e si mise a piroettare sul posto. Non aveva unghie sulle zampe. — Biscotto! Per favore!
