
"La gelosia" aveva sempre detto David "corrode l’anima."
Io gli avevo sempre risposto che Stephanie era priva di anima. Aveva ventotto anni, sette meno di me, il che significava sette anni di progresso nell’evoluzione tecnologica disponibile dell’Homo sapiens. Erano stati sette anni molto fertili. Suo padre era Harve Brunell, della Brunell Power. Per la sua unica figlia aveva acquistato ogni modificazione genetica sul mercato e alcune di esse non erano arrivate proprio legalmente. Stephanie Brunell rappresentava la penultima realizzazione della scienza americana, della potenza e dei valori.
Appena dopo Katous.
Lei colse un azzurro fiore penile e lo rigirò oziosamente fra le mani. Mi stava facendo soffocare dalla mia stessa curiosità, riguardo a Katous. — E così è davvero finita fra te e David. A proposito, l’ho visto fugacemente ieri sera alla festa acquatica di Anna. Da una certa distanza. Si trovava sul sentiero dei gigli.
Io chiesi con indifferenza. — Oh? Con chi?
— Decisamente solo. E sembrava proprio bellissimo. Penso che si sia fatto sostituire nuovamente i capelli. Adesso sono biondi e ricci.
Io mi stiracchiai e sbadigliai. Sentivo i muscoli del collo rigidi come corde di duragem. — Stephanie, se vuoi David, vagli pure dietro. "A me" non interessa.
— Davvero? Ti dispiace se mando il tuo "primitivo" robot-domestico a prendere un’altra caraffa di questo drink ghiacciato? Almeno il tuo robot funziona… il tasso di guasti fra i robot-poliziotti è aumentato ancora. Sono tentata di pensare che le concessionarie dei pezzi siano tutte di proprietà di deficienti se non fossero possedute da alcuni dei miei migliori amici. Come si chiama il tuo robot?
— Hudson — dissi — un’altra caraffa.
Fluttuò via. Katous lo guardò impaurito, indietreggiando in un angolo della terrazza. L’assurdo codino del cane sfiorò un fiore pendulo. Immediatamente il fiore si arrotolò attorno alla coda e Katous guaì scattando in avanti, tremando.
