Bene. Erano più o meno lontani dalla Spina quanto era disposto ad arrivare Honor White Jackson. Avrebbe dovuto ritornare di notte, e risolvere il problema del percorso invertendo i ricordi di ogni cambiamento di direzione e di ogni tratto che aveva coperto dopo averla lasciata. Sperava che avrebbe dovuto compiere il tragitto di ritorno con i trentacinque chili dell’amsir sulle spalle, ed era pronto a cominciare. Ancora otto passi, e sarebbe incespicato, avrebbe perso il bastone e il dardo, si sarebbe graffiato la faccia e avrebbe cercato di tornare indietro strisciando, come se l’amsir l’avesse attirato oltre l’orizzonte. Se l’uccellaccio non ci fosse cascato, tanto peggio. Altrimenti, si sarebbe buscato diritto nella gola il dardo di riserva di Jackson.

Ma dopo tre passi soltanto, il mondo divenne freddo e la sua gola si riempì di schegge. Aveva continuato ad avanzare a un’andatura che copriva tre braccia e mezzo al secondo, comodamente, facendo i suoi piani, e adesso barcollava in avanti, agitando le braccia, incapace di fermarsi fino a quando fosse caduto, incapace di fare qualunque cosa che non fosse cercare di strappare un respiro all’aria irrespirabile. Pensò che i suoi globi oculari sarebbero gelati. Cercò con lo sguardo indignato la Spina, e non riuscì a comprendere perché, se era ancora entro l’orizzonte della Spina, una rossa rupe affiorante che si parava in mezzo facesse lo stesso effetto che perdere la calotta. Black Jackson non gli aveva mai detto nulla in proposito, e neppure gli altri.

E adesso quel maledetto amsir si stava girando.

II

L’amsir si avventò come una furia: niente al mondo poteva muoversi più veloce di un essere della sua specie quando lo voleva, e quello voleva Honor White Jackson, e subito.



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