
E quasi Jackson non se ne curava. Sapeva cosa causava quell’effetto: erano il freddo e l’asfissia a preoccuparlo solo di ciò che avveniva dentro di lui. Dopo che Black gli aveva mostrato il trucco con la calotta, aveva riflettuto a lungo su quel che era successo e, sebbene diverse vecchie gli avessero detto che era una specie di colpo di sole e forse la punizione dell’empietà, lui aveva concluso che erano stati il freddo e la mancanza d’aria. Una mancanza d’aria improvvisa che colpiva un uomo a metà d’un respiro e quasi gli arrestava il cuore per la paura, quando un’utile azione quotidiana all’improvviso non gli procurava altro che una disperata delusione. Quindi comprendeva perché il suo corpo avrebbe voluto raggomitolarsi su se stesso e le sue mani avrebbero voluto battere sulla gola.
Aveva fatto una prova, convincendo uno dei figli del vicino a colpirlo allo stomaco, e aveva provato una sensazione molto simile… Niente freddo, o bruciore agli occhi e al naso, ma la stessa impotenza, fino a quando lo spasmo era passato e lui aveva potuto ansimare. Immaginava che, se avesse riflettuto abbastanza, avrebbe potuto spiegare anche il freddo, e la cosa che creava screpolature sanguinanti entro le sue narici. Ma l’asmir avanzava. Il bastone e il dardo di White Jackson erano lontani, sulla sabbia, come se li avesse gettati via apposta, e lui stava morendo.
