Il cavallo entrò in piazza passando dalla strada del Centro, mentre il vapore gli si alzava a spirali dagli enormi e bianchi fianchi umidi e delle scintille si sollevavano dai ciottoli sotto i suoi zoccoli. Trottava in maniera baldanzosa, come un destriero da carica di guerra. Decisamente non aveva addosso alcun cappellino di paglia.

L’alta figura che gli stava in groppa era ben coperta contro il freddo. Quando il cavallo raggiunse il centro della piazza il cavaliere smontò, lentamente, e armeggiò con qualcosa che si trovava dietro la sella. Alla fine lui… o lei… tirò fuori un sacco del foraggio, lo fissò sopra le orecchie del cavallo e gli diede un’amichevole pacca sul collo.

L’aria cominciò ad assumere una qualità spessa, untuosa, e le profonde ombre attorno a Morty acquistarono ai bordi una sfumatura di arcobaleni blu e purpurei. Il cavaliere avanzò verso di lui, col nero mantello che svolazzava e i piedi che producevano dei leggeri ticchettii sui ciottoli. Erano gli unici rumori che si potevano sentire… il silenzio aveva attanagliato la piazza come se le avesse compresso sopra enormi cumuli di bambagia.

Quell’effetto impressionante venne alquanto attenuato da una lastra di ghiaccio.

OH, BASTARDA.

Non si trattava precisamente di una voce. Le parole erano certamente presenti, tuttavia erano arrivate nella testa di Morty senza preoccuparsi di passare prima attraverso le orecchie.

Lui corse in avanti per aiutare la figura caduta a terra e si trovò ad afferrare una mano che non era nulla di più se non lucido osso, levigato e alquanto ingiallito, come una vecchia palla da biliardo. Il cappuccio della sagoma cadde all’indietro e un nudo teschio voltò le orbite vuote nella sua direzione.

Tuttavia esse non erano completamente vuote. Nelle loro profondità, come se fossero finestre che guardavano attraverso abissi spaziali, c’erano due piccole stelle azzurre.



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