
«Morty, sai che è stato tuo zio Hamesh a parlarmi di questa storia dell’apprendistato?» sussurrò.
«Davvero?»
«Be’, mi ha detto anche qualcos’altro» gli disse il vecchio con tono confidenziale. «Ha detto che non è raro che un apprendista possa anche ereditare l’impresa del maestro. Che ne pensi di questo, eh?»
«Ehm. Non sono sicuro» rispose Morty.
«Vale la pena che tu ci pensi un po’ su» disse Lezek.
«Io ci sto pensando sopra, papà.»
«Molti giovanotti hanno cominciato in questo modo, ha detto Hamesh. Uno si rende utile, guadagna la fiducia del proprio maestro e, insomma, se poi ci sono in casa delle figlie… il signor, ehm, signor ha detto nulla rispetto a delle figlie?»
«Il signor chi?» chiese Morty.
«Il signor… il tuo nuovo maestro.»
«Ah. Lui. No. Non penso» disse lentamente Morty. «Non penso che sia un tipo adatto al matrimonio.»
«Più di un giovane brillante deve il suo avanzamento di carriera alle proprie nozze» disse Lezek.
«Chi?»
«Morty, non penso che tu mi stia a sentire.»
«Cosa?»
Lezek si fermò sui ciottoli latricati di ghiaccio e strattonò il ragazzo in modo che quello lo guardasse in faccia.
«Dovrai proprio cercare di comportarti meglio di così» disse. «Non capisci, ragazzo? Se vuoi diventare qualcuno in questo mondo devi imparare ad ascoltare. È tuo padre che ti dice queste cose.»
Morty guardò in basso verso il volto del padre. Voleva dire moltissime cose: voleva dire quanto lo amava, quanto era preoccupato; voleva chiedere che cosa il padre avesse realmente pensato di avere appena udito e visto. Voleva dire che si sentiva come se fosse salito su un mulino e avesse scoperto che si trattava di un vulcano. Voleva chiedergli che cosa significasse "nozze".
Quello che però disse fu: «Sì. Grazie. Adesso è meglio che io vada. Vedrò di scriverti una lettera.»
