— Ce l’ha — disse con impeto Lamont, mentre le mani nelle tasche del camice da laboratorio gli si stringevano a pugno. — Significa Hallam e me. — Significa quell’eroe fasullo, il dottor Frederick Hallam, e me. Noi siamo due intelligenze diverse, perché quando io gli parlo lui non capisce. La sua faccia idiota diventa più rossa, gli si strabuzzano gli occhi e gli si turano le orecchie. Direi persino che il cervello gli smette di funzionare, se avessi la prova che in qualche altro momento funziona.

— Che modo di parlare del Padre della Pompa Elettronica — mormorò Bronowski.

— È proprio questo. Il riverito Padre della Pompa Elettronica. Un bastardo, se mai ne è nato uno. Il suo contributo è stato irrilevante. Io lo so.

— Anch’io lo so. Me lo hai detto un sacco di volte. — E Bronowski lanciò in aria un’altra arachide. Non la mancò.

1

Era successo un quarto di secolo prima. Frederick Hallam era un radiochimico, con la stampa della tesi di laurea ancora umida e nessun segnale premonitore di essere destinato a sovvertire il mondo.

Quello che diede l’avvio al sovvertimento del mondo fu il fatto che una polverosa bottiglia da reagente con l’etichetta “Tungsteno-Metallo” si trovava sulla sua scrivania. Quella roba non era sua, e lui non l’aveva mai adoperata. Era l’eredità di un lontano giorno in cui uno dei precedenti occupanti di quello stesso ufficio aveva avuto bisogno di tungsteno per un motivo ormai sepolto nell’oblio. E non era nemmeno più tungsteno: erano granuli di un qualcosa molto ossidato, grigio e pieno di polvere. Completamente inutili.

E un giorno Hallam entrò nel laboratorio (ecco, per la precisione era il 3 ottobre 2070), si mise al lavoro, s’interruppe poco prima delle dieci del mattino, fissò attonito la bottiglia, poi la prese in mano. Era coperta di polvere come sempre, con la sua etichetta sbiadita, ma lui gridò: — Perdio! Chi ha pasticciato con questa roba, maledetto lui?



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