Sbottonandosi il colletto della giubba nera si rilassò sulla sedia a gambe larghe, con la pipa in una mano e un whisky nell’altra. Era tozzo e con due occhi azzurri attorniati da una rete di rughe. Sul volto segnato spiccavano dei baffi rossi e aggressivi che contrastavano con i cortissimi capelli grigi.

— Charlie è quello che preferisco, quello che preferisco, quello che preferisco — cantilenò il capitano Hulse. Il chiasso si attenuò un poco e il giovane tenente Amedeo si alzò in piedi sogghignando e intonando una canzone ben nota a tutti.

«Sono un leopardo e son guardiano di frontiera, e appena esco, il freddo mi ghiaccia la…»

— Scusi, signor colonnello.

Mackenzie si volse a guardare il sergente Irwin e la sua espressione lo sconvolse.

— Sì?

«Sono un eroe, decorato sul campo, ornato anche della Lancia Purpurea!»

— È arrivato un messaggio, signore. Il maggiore Speyer desidera parlare subito con lei.

Detestando l’idea di ubriacarsi, il maggiore Speyer si era offerto per il turno di notte, al contrario degli altri che avevano tirato a sorte. Mackenzie riandò con la mente alle ultime novità da San Francisco e gli vennero i brividi.

Intenti a sbraitare il ritornello, gli ufficiali presenti nella mensa non si accorsero neppure che il colonnello aveva vuotato la pipa e si era alzato in piedi.

«Bum-bum-bum fanno i cannoni, sibilano i razzi, fischiano le frecce, non c’è posto fra i morti… Oh, cielo! Voglio tornare dalla mia mamma! (Hey, doodle dee day!)»

Tutti i Leopardi con la testa a posto sostenevano di ottenere migliori risultati loro quando erano ubriachi fradici che le altre divisioni da sobrie. E infatti il colonnello ignorò l’alcool che gli scorreva nelle vene e si diresse deciso verso la porta, prendendo con un gesto automatico la pistola. Le note della canzone lo accompagnarono lungo il corridoio.



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